Le perplessità sulla riforma della scuola italiana all’estero

di Fucsia Fitzgerald Nissoli – 26 gennaio 2017

Oggi, nelle Commissioni congiunte esteri e cultura, è iniziato l’iter di esame del decreto legislativo concernente la disciplina della scuola italiana all’estero.
Si è svolta una prima riunione con la relazione dei relatori on. Blazina e on. Garavini che hanno illustrato il contenuto del decreto.
Tale provvedimento rappresenta una attuazione della delega contenuta nella legge sulla Buona Scuola che dispone il riordino delle attuali norme che riguardano le scuole italiane e la diffusione della lingua italiana all’estero, per realizzare un sinergico coordinamento tra i Ministeri interessati (MIUR e MAECI)! Questo è stato l’ obiettivo, sia del mio emendamento, accolto nella legge 107, sia dell’ordine del giorno, da me presentato e approvato dal Governo e delle successive iniziative di legge, che ho presentato negli ultimi mesi! E l’ho fatto proprio con lo spirito di mettere in moto un autentico confronto e un costruttivo dibattito tra le diverse posizioni, che dovranno trovare un minimo comun denominatore proprio nel dibattito parlamentare.

Le materie indicate dalla legge e oggetto del decreto legislativo riguardano argomenti più di carattere sindacale, come lo stipendio e l’orario dei professori, l’aumento del contingente e l’aggiornamento dei programmi, che non una riforma complessiva della governance.

Pertanto mi sembra di capire che le finalità di questa riforma che esce dal decreto di cui abbiamo discusso oggi sono più orientate a fare una manutenzione e un aggiornamento delle normativa esistente senza avere la vision riformatrice dell’intero sistema della promozione della nostra lingua e cultura nel mondo.
Esprimo quindi tutte le mie perplessità sul provvedimento poiché si dice di intervenire sul piano strutturale ma poi si propongono interventi del tutto parziali e non risolutivi, a mio parere, dei problemi presenti nella nostra rete scolastica e di promozione linguistica e culturale all’estero.

Infatti, le condizioni dell’emigrazione italiana all’estero sono cambiate e siamo in presenza di una globalizzazione culturale, oltre che economica, che necessita di una rinnovata offerta formativa in grado di inserirsi nei contesti sociali in maniera efficace ed efficiente. I corsi di lingua e le scuole italiane all’estero vanno inseriti all’interno di una dinamica virtuosa che promuova strategie e azioni che assicurino il mantenimento delle radici linguistico-culturali e dei legami con l’Italia da parte dei connazionali all’estero, e che, insieme, sviluppi azioni integrate in favore della mobilità culturale e professionale da e verso l’Italia.
L’insegnamento della lingua italiana all’estero è una priorità delle nostre comunità emigrate, attraverso la lingua esse conservano la loro identità e il legame con il loro retroterra culturale, inoltre, parlando l’italiano, gli emigrati portano la nostra cultura nel mondo di cui la lingua di Dante è viva espressione. Come ricordava il Presidente Ciampi: «Gli italiani nel mondo costituiscono parte integrante di questa Nazione. Sono una cosa sola con l’Italia». Italiani a tutti gli effetti ai quali vanno riconosciuti tutti i diritti, compresi quelli linguistici e culturali, da inserire in un contesto di accoglienza e, molte volte, di simpatia per la bella lingua italiana.

In questo decreto, però, la formazione linguistica degli italiani all’estero è posta allo stesso livello di quella diretta agli stranieri a scapito del diritto alla formazione linguistica di chi è emigrato. Questo, sicuramente non sarebbe successo se preventivamente si fosse chiesto il parere del CGIE, obbligatorio, anche se non vincolante, previsto dalla legislazione vigente!

Infatti, oggi, la relatrice Garavini ha detto che nei prossimi giorni si provvederà ad audire il CGIE. Un vuoto che bisogna colmare senza indugio!
Sono certamente d’accordo sulle nuove modalità didattiche e organizzative del corso di lingua e cultura italiana, così come delineato dallo schema di decreto, e sul fatto che esso debba necessariamente adeguarsi alle più attuali metodologie di insegnamento dell’italiano come lingua straniera.

A mio giudizio, è necessario che il Parlamento realizzi un piano di riforme strutturali in tale settore, realizzando, con una vera e propria cabina di regia, un efficace e sinergico coordinamento tra i vari soggetti in campo, senza dimenticare il contributo che potrebbe sicuramente derivare dalle forze sociali e dai tanti organismi associativi e rappresentativi dei milioni di nostri
connazionali che vivono all’estero.

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